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VINICIO CAPOSSELA in concerto

il 17 gennaio riprende il “SOLO SHOW” DA Sassariil suo disco “DA SOLO” nella classifica del mensile MOJODopo essere stato uno dei protagonisti di “Fabrizio 2009”, la puntata speciale di “Che tempo che fa” dedicata ai dieci anni della scomparsa di Fabrizio De Andrè, durante la quale ha interpretato la versione originale e non censurata di “La città vecchia”, Vinicio Capossela riprende la sua fortunata tournèe.Il “SOLO SHOW” TOUR ripartirà, infatti, il 17 gennaio da Sassari e vedrà Vinicio Capossela impegnato nei teatri delle principali città italiane per più di 30 concerti fino al 9 aprile, dove, dopo 4 date consecutive, Capossela terminerà il tour al teatro Sistina di Roma.Il “SOLO SHOW” TOUR riprende i temi del suo ultimo disco “DA SOLO” (uscito il 17 ottobre per Warner Music) che è stato inserito nella top ten 2008 della world chart sul numero di gennaio dello storico mensile MOJO, e recensito nel numero di febbraio da pochi giorni in edicola.Così, infatti, il mensile cita: “Abbandonando i temi mitologici che avevano portato il suo precedente album, OVUNQUE PROTEGGI, in cima alle classifiche italiane, Capossela ha scritto una dozzina di canzoni che parlano di relazioni e che, quasi a voler riferire a sé, ha scelto di intitolare "Da solo".Il disco suona come se l’idea iniziale fosse quella di registrare un album incentrato sulla voce e differenti tipi di tastiere, suonate in stili eterogenei, su cui presto ha però prevalso il buon senso di aggiungere una sezione di ottoni, un’orchestra di strumenti giocattolo…”(David Hutcheon, MOJO)“DA SOLO”Le evocazioni di questo disco nascono dalla voce e dal pianoforte. C’è un’idea di intimità e di solitudine, lontani i fragori, la mitologia, gli artifici. Ci sono brani che crepitano vicino a un fuoco fatato, altri in una stanza realisticamente assediata dallo scorrere dei tram. Tram che avrebbe potuto figurare anche in copertina, parafrasando l’Alone in San Francisco di Thelonious Monk. Monk in effetti, per il suo pianismo solo, potrebbe sottendere a questo lavoro, e per il suo arrangiamento per fiati di “Abide with me”, “Sopporta con me”, un titolo che si potrebbe quasi usare a didascalia. E del resto la forma dell’inno - e del cerimoniale - è più volte ripresa. E’ DA SOLO un disco di inni, per quando la battaglia è già passata ed è stata anche già persa, ma ne conserva l’epica e talvolta l’atteggiamento.DA SOLO è nato in poche settimane, nella solitudine della casa con vista sulla Stazione Centrale. Arrivava quasi l’inverno e accanto al pianoforte restavano alcuni taccuini neri e quaderni a righe di scuola pieni di appunti. C’erano sopra un po’ di conti da regolare, questioni personali, perché questo, a differenza degli ultimi lavori, non è un disco mitologico o di fantasia, o di storia geografie e scienze. Non c’è il coup de cannon di “Bardamu”, ma ci sono le regole d’ingaggio con cui si uccide sull’Eufrate. Non c’è l’America leggendaria del West, ma quella desolata di oggi. Ci sono questioni di carattere, ad esempio mettere a fuoco quanto si è stati incapaci di essere sinceri, quanto ci si sia sempre protetti dietro delle ombre e quanto si abbia brancolato tra esse nel cercare l’altro, più per desiderio muto che per consapevolezza. Ma non è un disco malinconico, non c’è piagnisteo. Le lacrime, quando ci sono, sono asciutte  e calcinate dal tempo, da poterci costruire sopra. C’è una visione fatta di consapevolezza e a volte anche epica.Diversi di questi brani ruotano intorno al relazionarsi verso le cose più grandi di noi, l’unione, la guerra, la distanza, trovare le parole, perderle, il cielo, il silenzio, l’America, la clandestinità, la verità, i rapporti. E le diverse angolazioni da cui sono visti i suddetti rapporti.E poi diversi temi personali, come per esempio quello della clandestinità, questa tendenza a nascondere la propria vera natura e a doversela svignare per essere, per iniziare ad affrontare quel cammino. E anche i fuochi della gioventù ci sono, ancora prossimi, da sentirne il calore. C’è l’amore, quello amorevole, che quando è perso lascia orfani, e la strada nuda dallo sguardo e si può affidare solo al paradiso dei calzini, per avere qualche possibilità di ritrovarlo.Oppure si può sperare di incontrare Il gigante e il mago, un genere di miracolo che può accadere solo quando si rimane da solo, appunto, e in una volta e in una stanza, si è diventati grandi.. le creature che hai dentro fin da piccolo, e che la strada a volte ti regala se sei pronto per l’incanto. Creature che camminano nel buio e cercano di tenere accesa dentro la fiammella della loro innocenza e della loro umanità, tra apparizioni disumane.E c’è anche modo di omaggiare il buon umore invincibile, le camicie col taschino da tabacchino, il fischietto di Vincenzino Cinaski, i quattro passi nel quartiere in una giornata di sole trovata da solo, in modo da non dovere ringraziare nessuno, se non il sole stesso.. fischiettare alle ragazze e però rimanersene al tavolo seduto, non inseguire niente, né botole ne imbuto.. diventare grandi portando con sé tutto il piccolo, tutto il sogno, e tutto il salvabile insomma.Tutto questo è fantasticare.Invece, la morte, nella guerra per esempio, non ha niente di epico. E’ solo un’esplosione quando non te l’aspetti e pezzi di carne e macelleria. Nient’altro. E’ questa crudezza la violenza, ed è impersonale perché mediata da qualche strumento, da un comando a distanza, da un radar, da un cannocchiale di precisione. Questo è la canzone lettere di soldati, la fine di ogni epica. L’unica cosa non meccanica è quel momento più grande delle vite, quando la vita si allarga in un pensiero e cerca di raggiungere i tuoi cari e l’universo che per te non è niente, senza di te. Ed è il momento in cui si scrivono le lettere d’amore, l’unica cosa un poco grande in un mondo che ancora costringe alla meschinità di continuare a uccidersi, piccoli e armati.E infine l’America, che sventola la sua resa nel silenzio, il grande silenzio senza corpo d’America. La nazione nuova che si era posta a guida del mondo è un grande magazzino, un grande mall che trasforma tutto, le vite dei suoi cittadini per primi, in mercificazione, in grande distribuzione. Nel ribollire apparente dell’informazione è il suo silenzio senza rimedio. Sventolano sempre bandiere in America, spesso nel silenzio, in ogni angolo ce n’è una. Bandiere che sembrano troppo chiassose mentre sventolano sui funerali dei corpi tornati dall’Iraq, sui campi verdi perfettamente rasati dei cimiteri. Sventolano nel silenzio, rotto dalla fanfara della banda che suona sempre con la grazia sgangherata dell’Esercito della Salvezza.Musicalmente il disco è costruito in maniera quasi filologica. Il piano e la voce sono da soli, al centro, e intorno, a fargli a volte da coro a volte da ombre, da tintinnio, da ambiente, da aria e da cappotto, una serie di strumenti, a volte inconsistenti ( bicchieri, theremin, sega, toy piano, riverbero degli archi) a volte fantastici ( il mighty wurlizer, l’optigan, il mellotron) a volte corali (le ance da “Salvation Army”, gli ottoni), i fiati che si dispongono insieme alla grancassa attorno al piano, assentono, scuotono la testa e gli danno ragione. Sezioni di ance o ottoni, quasi ferme, come fossero dei cori umani da chiesa quacchera, da cantare alzando le voci, o a bocca chiusa, col cappello tenuto nelle mani giunte. E’ stato come realizzare 12 piccole miniature sonore, di modo che ogni brano avesse la sua Chiesa in cui alloggiare.A coronamento di questo lavoro, quando il disco era già finito e missato, è venuto un viaggio verso il West dell’America, e in quel viaggio la lettura dei “Racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson, e tutta quell’America biblica e rurale fatta di piccoli villaggi e di pulsioni nascoste, una specie di “Spoon River” dei vivi, che ha portato alla scrittura un ultimo pezzo, tra le camere dei motel guidando verso ovest. Si intitola la faccia della terra, perché solo quando “si è soli” si usa dire “sulla faccia della terra”. Una volta arrivati a Tucson, il brano è stato registrato così, al suo primo vagito, assieme ai Calexico e alle loro camicie a quadri. Il suono e il registro letterario di questo pezzo sono piuttosto diversi dagli altri, ci sono ruggine, chitarra e polvere, e un testo che parla di solitudini e di intrecci tra gente dai nomi biblici.. Di tutti questi uomini e donne che continuano a intrecciare le costole tra loro e a lasciarsi ciechi storpi e soli.. insomma suona diverso, in un disco per la prima volta organico e quasi circolare, però è come lo sbuffo della balena.. è fuori, nell’aria, ma viene dalla balena. Dunque è stato tirato a bordo, ispido e pieno di polvere com’è.I brani che ho scritto sono tutti originali, ad eccezione dell’ultimo, non c’è disaccordo nel cielo, che riprende il titolo di un vecchio inno composto nel ’14 da Frederick Martin Lehman, uno specialista del genere, ne ha scritti molti, armonizzati spesso dalla figlia. Pare che abbia scritto questo brano mentre si trovava in gravi ristrettezze economiche, forse per quello ha alzato gli occhi al cielo e ha pensato, almeno lì non ci sono disappointment, né canzoni in mi minore.. ho ascoltato questa canzone nella magnifica versione di Jimmy Scott presente sul disco Heaven. Il testo non è la traduzione dell’originale, ma il mio modo personale di sentire l’argomento. Un cielo a portata delle preghiere di tutti, che forse ci accoglierà e forse si farà trovare vuoto, ma dove finiscono di sicuro tutte le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori.

Date spettacolo

16

Febbraio, 2009

Trento - Teatro Auditorium

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